existentia

******************************************************************** ********"Viviamo tutti nel fango, ma qualcuno di noi guarda le stelle" ( O.Wilde ) ********************************************************************

venerdì, luglio 21, 2006

Mondi.

Vivo in almeno quattro mondi diversi e pressocchè incompatibili. Di conseguenza mi sento diviso, non so dov'è il mio vero io, non so qual'è il mio mondo, la mia casa (heimlich, homeless ), la mia qualità.
Uno è il mondo della famiglia, un mondo molto particolare, perchè dominato da quell'essere ineffabile rappresentato da mm. (A proposito, sembra che scienziati dell'università del Michigan abbbiano dimostrato che le donne utilizzano per il ragionamento zone del cervello diverse da quelle che utilizzano gli uomini ). Purtroppo anche i miei figli sono per molti versi sotto l'influenza della madre e quindi siamo sintonizzati su diverse lunghezze d'onda, facciamo fatica a capirci e ad andare d'accordo. Per buona pace (che in certi casi è proprio una disgrazia :come fare concessioni ai terroristi), son sempre io a cedere; ad un certo punto la misura è colma, ma il fregato son sempre io, perchè ormai sono abituati male (ecco l'errore, ecco l'importanza del primo passo, ecco il guaio del cedimento: beato chi capisce al volo l'antifona e cambia strada o impone la sua visione: o così o niente. I miei eterni dubbi su tutto, la mia scarsa stima di me stesso, il mio disinteresse sui MIEI obiettivi hanno combinato tanti disastri!). In questo mondo naturalmente mi ci trovo male, non sono a mio agio, mi devo adattare: di fronte agli altri mi sento in imbarazzo, come se avessi qualcosa da nascondere, mi comporto cercando di salvare la faccia; un colpo al cerchio ed uno alla botte, assumo la maschera del bravo padre di famiglia che vorrebbe mandare tutti al diavolo, servo ideali da banale luogo comune, familiar correctness, insomma una vita stupida.
Un altro mondo è quello delle amicizie, variegato secondo le tipologie di amici. Qui mi posso anche trovare più vicino a me stesso, perchè tra le varietà di amici ci sono a) quelli con i quali puoi dire esattamente come ti senti e quello che pensi - NB tra questi ci sono gli amici (s)conosciuti in rete: è per questo in buona parte che si scrivono i blog - , b) gli amici di famiglia, con i quali puoi dire qualcosa, ma solo a livello di battuta, perchè continua la commedia, c) quelli super partes, con i quali si affrontano solo i problemi dei massimi sistemi o del tempo che fa, d) quelli di una volta, infine, con i quali ricordi il bel tempo che fu, ma che poi fuggi via, perchè sennò ti viene la depressione.
Altro mondo è quello dei parenti. Anche qui qualche commedia la devi recitare. Intanto ti conoscono perfettamente, sanno quanto vali e te lo dicono in faccia. Puoi bleffare solo sul piano del lavoro, se si svolge da tutt'altra parte. I parenti intanto te li scegli, ma i più intimi no, quelli rimangono e se ci vai d'accordo tutto bene, altrimenti possono esser dolori. Trovarti con i parenti, quando vai d'accordo è molto piacevole, ma quando hai i piedi su due staffe , con parenti che stanno da due lati diversi e contrastanti allora sei di nuovo diviso e senza casa e questo naturalmente è ciò che capita a me.
L'ultimo mondo che considero, in questa mia divagazione, è il mio mondo ideale.
Ahhh quant'è bello: questo sì è il mondo nel quale avrei voluto vivere, solo che l'ho capito troppo tardi, eh sì, perchè la vita è una cosa buffa: l'esperienza uno ce l'ha quando non serve più (G.Berto). Detto invece con O.Neurath, siamo su una navicella in mezzo al mare e dobbiamo aggiustarla in navigazione, non possiamo pensare di riprogettarla da capo.
Questo mondo ideale - ma non è il mondo dei sogni , attenzione, è il mondo come sarebbe potuto essere se solo fossi stato un pò più perspicace, più intelligente, più accorto - , questo mondo è un mondo umano, corretto, pulito, ordinato; non esente da problemi, ma dove i problemi possono essere affrontati, un mondo soprattutto costruito da me, in funzione di determinati obiettivi e non il mondo che si è venuto formando attorno pressocchè casualmente. Proviamo ad immaginarlo. Sostanzialmente e preventivamente avrei dovuto avere ben chiara fin dall'inizio una scaletta di valori e di obiettivi minimi. Non grandi sogni, nè grandi ideali, ma soltanto idee un pò chiare: in quale ambiente vivere, che stile adottare, che obiettivi pormi, che interessi coltivare e soprattutto che amici frequentare e come regolarmi con le donne. Non essendo niente di speciale, un lavoro come quello che avevo poteva andare più che bene, avrei solo dovuto porre attenzione a tutto il resto e lavorare per obiettivi, ossia scartare tutto ciò che non fosse in linea con le mie scelte. Avrei inoltre dovuto dare più spazio alla costruzione delle comodità, vendere le cose inutili per gli obiettivi e comprare quelle utili, lasciar perdere le amicizie inutili e cercare quelle interessanti, fuggire gli amori inadatti e trattenere solo quelli adatti e cmq non farne una necessità, ma un piacere reciproco evitando i legami e quello che chiamo l'inganno della natura. Insomma per paura o per disinteresse ho sempre trascurato di creare attorno a me un ambiente bello e comodo: ho lasciato perdere e badato all'essenziale, non guardavo più in là del mio naso; fiducioso nella mia predestinazione, nel sentire la mano di Dio sul mio capo, lasciavo capitare e tenevo ciò che la vita mi mandava incontro, lealtà e fedeltà mi impedivano di scegliere e l'unica volta che l'ho fatto, forse ho sbagliato clamorosamente: mi son fatto incantare dall'aspetto esteriore e non ho badato alla sostanza. Insomma lavorando per obiettivi e con idee chiare oggi forse potrei vivere in un mondo come lo vorrei: un lavoro interessante; una casa a mia misura e ben organizzata; un giro di amicizie di qualità; una famiglia normale, affettuosa e coesa; possibilità di coltivare i miei interessi e i miei hobby, condivisi da familiari e amici; buoni rapporti continui, ma non invadenti , con i parenti; insomma tutto quell'insieme di cose che ti rendono padrone della tua vita in quanto te la organizzi come desideri ("quando il padrone dorme tutti dormono") e soprattutto nella forma che ti piace, perchè l'estetica conta ("le styl c'est l'homme" J.P.Sartre). Solo un piccolo dubbio avverto di sottofondo, riguarda la morale, ma questa è un'altra faccenda.

venerdì, luglio 14, 2006

Dimenticare.

In pratica succede che si cerca sempre di rivivere le esperienze piacevoli, di ripercorrere le strade conosciute, di riprovare le emozioni che ci hanno gratificato; solo che, soprattutto con il passare del tempo, le condizioni del contesto sono cambiate, non sono mai identiche, al massimo possono assomigliare a quelle originali. Soprattutto cambiamo noi stessi, ciò che permane è il ricordo, la sensazione delle emozioni provate, ma a ben vedere anche questi cambiano. Lo sappiamo, la consapevolezza del cambiamento è uno degli insegnamenti fondamentali del Budda. Cambiando quindi le condizioni è pressochè impossibile provare le stesse emozioni, però tentiamo ugualmente e per lo più senza rendercene conto."Stessa spiaggia, stesso mare.." ma emozioni diverse.Per poter godere di certe emozioni dovrei sentirmi a mio agio, dovrei essere libero mentalmente, non avere ipoteche, non avere i mille doveri che sono andati accumulandosi, dovrei aver davanti le possibilità; come potrei altrimenti godermi un tramonto, una cena con amici, un quadro, un incontro? Forse non è più possible; forse, per ridurlo ad un'unica condizione, occorrerebbe essere giovani, o innocenti (pensiamo al mito americano dell'innocenza...).

La memoria - è banale - è la nostra carta d'identità; senza di essa non avrebbe senso il nostro agire, non potremmo essere ciò che siamo, non sapremmo chi abbiamo di fronte. Ma volendo ripartire, volendo ricominciare, volendo riprovare a vivere, a provare emozioni allora dovremmo dimenticare.

Dovrei dimenticare com'era il mare per me, quando iniziavo a scoprirlo, quando una spiaggia era tutta per me, quando mi spellavo come una patata arrosto, quando trovavo le arselle giganti in un mare incontaminato. Dovrei dimenticare i gridi delle rondini nelle lunghe serate di primavera in un paese fuori dal mondo. Dovrei dimenticare i sapori della frutta appena colta, delle marmellate, del latte, la fragranza del pane. Dovrei dimenticare le emozioni dei primi contatti: una questione di pelle. Dovrei dimenticare le emozioni dei primi jeans, del rock 'n roll. Dovrei dimenticare il caldo afoso di quelle estati abbaglianti dove il ventilatore o una birra erano il massimo del piacere tra il ronzare delle mosche.E le emozioni di film che visti una volta non dimenticavi più. E le identità nette, ma non avvertite.

Come far rivivere tutto questo?, come assaporare una presunta genuinità in un mondo sempre più omologato, sempre più mediato da un muro invisibile di tecnologia? Dov'è la natura, dov'è l'uomo? Non stanno più insieme. Mi torna alla mente L'angelo sterminatore di L.Bunuel. Ma nemmeno l'uomo sta più con se stesso: precarietà è la parola chiave oggi. Non sappiamo cosa saremo e come saremo solo domani. La tecnologia ci ha dato tante certezze, tanta comodità, ma a prezzo della sicurezza. Ci possiamo trovare nel bel mezzo di una guerra all'improvviso; un missile sarebbe potuto scoppiare a un metro da noi mentre acquistavamo, ignari turisti, magici profumi in una via di Beirut rinata (o no?). Il nostro lavoro di oggi non è certo quello di domani, cosa faranno i nostri figli? Cosa ci faceva Silvio Olla a Nassirya? Il mestiere da ambire di più è forse quello del pizzaiolo: andrebbe benissimo a Shangai, ma anche nel Mali o a Tallin. La vita delle popolazioni tribali è molto dura, ma dà la sicurezza: i nipoti faranno esattamente ciò che facevano gli antenati, le cui ossa sono venerate sugli alberi sacri.

Tornando al tema, ecco allora cosa dovrei esattamente fare: dimenticare. Forse così potrei ricominciare ad essere uomo, riprovare emozioni: dimenticando cosa ho fatto, dimenticando chi sono, da dove vengo, dimenticando ciò che massimamente mi condiziona: potrei digerire anche la suocera,ma sarei ancora me stesso?

lunedì, luglio 10, 2006

Follia.

Anche oggi ho perso tutta la mattina, perchè non sono organizzato, perchè non ho il ritmo giusto della stagione. Devo pur sempre vedermela con il mio ambiente, insomma non riesco a prendere il toro per le corna!
Ho sempre creduto che gli adulti fossero persone intelligenti e che sapevano come stavano le cose e , di conseguenza, agissero per il meglio.
Niente di più falso, ci si può fidare degli altri solo mediamente, occorre sempre controllare, soprattutto quando si affida un lavoro e si vogliono certi risultati.
L'illusione in cui si incappa è quella di credere che l'uomo sia razionale.
E' dai tempi di Aristotele che lo si pensa, ma soprattutto a partire dai tempi di Bacon, Galileo, Newton e con il rinforzo dell'epoca dei Lumi,
l'uomo è solo espressione della razionalità e così siamo inconsapevolmente portati a pensare. E invece non è esattamente così, come Foucault, Basaglia, Galimberti hanno in vario modo chiarito.
L'uomo è abitato ad uguale titolo dalla ragione come dalla follia, ed ogni volta che esprimiamo giudizi, ogni volta che agiamo dovremmo interrogarci su quale versante ci troviamo.
Quanti esempi si potrebbero fare! I nostri momenti di follia, come quella degli altri. Il genio non è dopotutto una forma di follia andata a buon fine?
Per quanto mi sprema le meningi, con tutta la mia razionalità non riesco a risolvere la mia situazione. Ci vorrebbe proprio un colpo di follia per fare un salto di qualità, ma non ne sono capace; sono prigioniero della mia razionalità, sono ingessato dalle statistiche, sono il cittadino medio, sono i l consumatore medio, sono il coglione medio (lo ha detto Berlusconi) : ho sulle mie spalle le sorti del paese.

domenica, luglio 09, 2006

Heimat.

Sono al chiuso. Sono chiuso nella mia anima, sono chiuso nella mia famiglia, sono chiuso nel mio quartiere, sono chiuso nella mia città, sono chiuso nella mia isola. Mi sento prigioniero, mi sento ingessato, ho voglia di evadere, dall'anima, dalla famiglia, dalla città, dall'isola, da me stesso.
Heimat, Patria. Tutto ciò ha a che fare con il concetto di patria. Cos'è la patria, dov'è la mia patria?
La mia patria è dove sto bene con me stesso, la mia patria è dove ho un letto per dormire. Se potessi uscire dal chiuso, se potessi stare all'aperto sarei già nella mia patria.La mia patria deve essere un luogo conosciuto?
Non è detto, potrebbe essere il luogo dei sogni come potrebbe essere il mio paesello.Se potessi uscire all'aperto sicuramente sarebbe il mio paesello come tante volte ho immaginato.
Benchè non ci sia nato ne conosco le persone, ne conosco le campagne, ne conosco le pietre, gli arcani incanti che ancora si ripetono secondo l'ora del giorno e secondo le stagioni, i sapori, i colori, i silenzi del mare o della campagna quando si ricreano le condizioni, perchè molto è cambiato, anzi quasi tutto. Le persone non sono più le stesse eppure certe caratteristiche sopravvivono. La tradizione, autentica o meno, fa parte della patria?
E poi ci sono le mie case , i miei morti, i miei luoghi d'infanzia, i miei amici.
Ho sempre pensato che fosse questa la mia patria.
Ma altrettanto validamente potrebbe essere quella immaginata o sognata, un'altra terra, una terra promessa, tua patria solo perchè ti libera, ti toglie dal chiuso.
Non sono mai stato a Pogradec, ma ho sempre sognato di andarci, d'avere una casetta sul lago, una barchetta davanti a casa per andare a pescar le trote...
un mondo estraneo ma mio, antico allo stesso tempo. L'ho immaginata nei racconti dei miei che ci sono vissuti alcuni anni. Chi lo sa, potrebbe nel caso funzionare come patria: basterebbe una piccola apertura...
C'è un evento che opera grandi aperture, un evento raro: l'innamoramento. E' uno stato nascente, di cui ha tutte le caratteristiche, quindi anche la volatilità.
Quando succede però sicuramente ti senti te stesso, padrone di te e capace di conquistare il mondo, allora tutto in mondo può essere la tua patria, perchè la tua patria è nella persona di cui ti sei innamorato: dovunque vada a costruire il tuo nido, quella è la tua patria.
Ohibò, non è più il caso. Non ho più neppur possibilità di sognare.
Resta il fatto che mi sento chiuso, non riesco ad aprirmi, ad espandermi.
Sono senza patria, ho tanta voglia di evadere.

venerdì, luglio 07, 2006

Ritmo.

Perchè i giorni scorrono senza senso? Non avendo impegni, non avendo obiettivi da raggiungere, non avendo scopi - ma attenzione: è la vita che non ne ha e , nel caso, siamo noi che ci diamo gli scopi - i giorni passano cercando di ripetersi l'uno uguale all'altro. Sempre noi cerchiamo di ripeterli e c'è un perchè di cui vorrei parlare, ma non sono e non possono essere identici l'uno all'altro, dato che tutto cambia.
Non vengo mai a capo di niente, mi ritrovo col tempo trascorso e senza niente di concreto raggiunto: nè averi, nè esperienze, nè scopi. Sono alla ricerca di qualcosa da fare che mi imponga un impegno, che mi dia un qualche senso e non riesco a trovarla. Se uno ha una vocazione, sicuramente vien fuori, evidentemente io non ce l'ho. Ho provato a fare l'unica cosa che mi sembrava degna d'essere fatta, mi sono iscritto alla facoltà di filosofia: avrei così avuto un senso e un impegno secondo i miei interessi, perchè la maggior soddisfazione è poter aggiungere qualche granello al proprio sapere, ma anche questa cosa è abortita per problemi familiari. La continuerò come posso, senza dare esami. Anche perchè mi sono accorto che non servono per ricordare: è solo un'illusione pensare che se hai superato l'esame sai quella materia; in capo a due mesi ho dimenticato esami passati col trenta e lode!
Il problema è un altro: il problema è essere qualcuno e sei quello che sai fare, che abbia l'ufficialità o meno. E se sai far bene qualcosa è inevitabile che la faccia e allora sei qualcuno - ovviamente è un rapporto di relazione con gli altri - hai una identità.
Ma torniamo alla ripetitività. E' qualcosa che avverto come necessaria: esser organizzato, avere un programma a breve termine che stabilisca come procede la giornata, senza necessità di porsi la domanda: cosa devo fare?
E' una domanda esistenziale carica di angoscia, ma se sai già che ti alzi, fai colazione, fai questo, fai quello ecc. tutto scorre come si deve, ottieni i risultati, hai un senso e, se decidi, puoi cambiare ed uscire dal ritmo per aggiungere nuove possibilità e nuove mete, inserite in un cursus che ha senso.
Ora mi succede che stagionalmente riesco a trovare i miei ritmi, ma queste stagioni sono brevi e faccio fatica ad instaurare nuovi ritmi, i cambiamenti sono troppo vicini (o magari sono solo io che non li reggo ) e mi scombussolano, perchè rimettono continuamente in discussione la mia identità, ripropongono sempre la stessa domanda di senso.

La vita è ritmo, è movimento che si ripete. Dal ritmo fondamentale, quello del cuore, a tutti gli altri ritmi, circadiani, biologici e fisici. La natura ci si presenta
e ci avvolge con i suoi cicli: il giorno e la notte, le stagioni, gli anni. I cicli li abbiamo introiettati e tendiamo a riprodurli in tutti gli aspetti della nostra vita, dai ritmi del lavoro, impastare la farina, pestare il grano, martellare, cucire, ai ritmi dei giochi, a quelli dell'arte, la danza, la pittura, per non parlare della musica. Tutto ciò che facciamo lo facciamo e lo incorporiamo e memorizziamo sotto forma di ritmo.
Anche il nostro tempo, che in pratica è lineare, progressivo, ha un inizio e si avvia verso una fine, è suddiviso in cicli e da molte religioni è visto come un ciclo.
Ma è forse una anomalia il nostro tempo?
I dinosauri sono comparsi su questa terra e molto rapidamente sono scomparsi, Ritorneranno?, ci saranno in altri mondi?
Perchè allora i ritmi, i cicli, perchè tutto ciò che fa l'uomo tende a farlo ed a vederlo in questi termini? Non credo sia solo per il fatto che la vita stessa e la natura fisica in massima parte sia ciclica, ripetitiva, ritmica, ma anche per un motivo più profondo: un voler esorcizzare l'effettiva linearità del nostro tempo, un voler superare l'angoscia della fine, ossia della morte con l'illusione dell'eterno ritorno.

giovedì, luglio 06, 2006

Speranza.


Ecco, mi accorgo che ho sempre meno speranza. La speranza è diversa dal desiderio. L'uomo è fondamentalmente desiderio: l'uomo è gettato nel mondo, lo guarda e lo desidera. Formidabili le pagine di Hegel sul desiderio, aggiungiamo poi un pò di Heidegger...Ma non voglio fare lezioni filosofiche, voglio stare alla prassi, al comune sentire, al mio sentire.
Il desiderio riesco ormai, almeno in parte, a controllarlo; mi aiutano in questo le mie frequentazioni della letteratura zen, buddista, taoista e orientale in genere.
Devo specificare che per quanto apprezzi queste visioni della vita non riesco a farle mie, semplicemente perchè sono cresciuto nella nostra cultura occidentale.
Ma la speranza è un'altra cosa, la speranza è il tasso di probabilità di realizzazione che ciascuno assegna ai propri sogni ed alle proprie credenze. In questo senso la speranza è anche una misura del proprio tempo e per me, a giudicar da ciò, il tempo è pressocchè finito.
Posso forse sperare, senza sconvolgimenti fisici esterni, che qualcosa cambi in meglio? Posso forse sperare di innamorarmi? Posso forse sperare di trovarmi un'altra casa? Un'altra famiglia? Un nuovo lavoro? Stabilirmi in un'altra città? Posso mai sperare di essere libero e padrone di me stesso? posso sperare di fare un viaggio come e dove piace a me?
Quando si è piccoli possiamo immaginare d'avere un ventaglio di possibilità aperto a 360 gradi. Ma da quando iniziamo ad operare delle scelte - e non parlo dei limiti che già la nascita di per sè ci pone - , questo ventaglio inizia a restringersi e più andiamo avanti più si restringe e più vincoli ci troviamo addosso. Ad un certo punto ci troviamo come ingessati, imbalsamati: le possibilità sono esaurite, le scelte già fatte, la strada ormai obbligata...
Lo dico sempre: l'importante è il primo passo, però continuo a sbagliare direzione.
Certo il caso (la fortuna, il destino; oh i Greci che andavano a Delfi!) fa parte della vita. Certo ho ancora la salute. Ho ancora qualche piccola speranza: che la morte mi colga vivo e che sia improvvisa.
Tutto ho visto nei miei inutili giorni
Qohèlet 7-15
Coro: Nei doni concessi non sei andato oltre?
Prometeo: Sì, ho impedito agli uomini di vedere la loro sorte mortale.
Coro: Che farmaco hai scovato per questa malattia?
Prometeo: Ho posto in loro cieche speranze.
Coro: Un grande giovamento hai così dato ai mortali.
Eschilo,Prometeo incatenato.

lunedì, luglio 03, 2006

Eccomi

Eccomi finalmente qui, sul web, sulla lavagna pubblica, sul taze-bao, io, vecchio informatico - ero un sistemista, come si diceva una volta - sono finalmente approdato in questo casuale sito.
Ricordo una storiella di tanti anni fa: c'era un bambino che aveva tante cose da dire e tanti segreti, e non speva a chi dirle. Scavò allora una piccola buca nel terreno e in quella buca disse le sue cose e la ricoprì di terra.Fatto sta che su quel terreno crebbero delle canne e quando s'alzava il vento raccontavano a tutti quel che erano venute a sapere....
Ecco, questo blog è la mia buca nel terreno, nella quale lasciar detto...che cosa? Mah, quello che è impossibile dire: il proprio essere, il proprio sentire, la propria verità; come se queste cose possano essere ridotte in proposizioni.