Dimenticare.
In pratica succede che si cerca sempre di rivivere le esperienze piacevoli, di ripercorrere le strade conosciute, di riprovare le emozioni che ci hanno gratificato; solo che, soprattutto con il passare del tempo, le condizioni del contesto sono cambiate, non sono mai identiche, al massimo possono assomigliare a quelle originali. Soprattutto cambiamo noi stessi, ciò che permane è il ricordo, la sensazione delle emozioni provate, ma a ben vedere anche questi cambiano. Lo sappiamo, la consapevolezza del cambiamento è uno degli insegnamenti fondamentali del Budda. Cambiando quindi le condizioni è pressochè impossibile provare le stesse emozioni, però tentiamo ugualmente e per lo più senza rendercene conto."Stessa spiaggia, stesso mare.." ma emozioni diverse.Per poter godere di certe emozioni dovrei sentirmi a mio agio, dovrei essere libero mentalmente, non avere ipoteche, non avere i mille doveri che sono andati accumulandosi, dovrei aver davanti le possibilità; come potrei altrimenti godermi un tramonto, una cena con amici, un quadro, un incontro? Forse non è più possible; forse, per ridurlo ad un'unica condizione, occorrerebbe essere giovani, o innocenti (pensiamo al mito americano dell'innocenza...).
La memoria - è banale - è la nostra carta d'identità; senza di essa non avrebbe senso il nostro agire, non potremmo essere ciò che siamo, non sapremmo chi abbiamo di fronte. Ma volendo ripartire, volendo ricominciare, volendo riprovare a vivere, a provare emozioni allora dovremmo dimenticare.
Dovrei dimenticare com'era il mare per me, quando iniziavo a scoprirlo, quando una spiaggia era tutta per me, quando mi spellavo come una patata arrosto, quando trovavo le arselle giganti in un mare incontaminato. Dovrei dimenticare i gridi delle rondini nelle lunghe serate di primavera in un paese fuori dal mondo. Dovrei dimenticare i sapori della frutta appena colta, delle marmellate, del latte, la fragranza del pane. Dovrei dimenticare le emozioni dei primi contatti: una questione di pelle. Dovrei dimenticare le emozioni dei primi jeans, del rock 'n roll. Dovrei dimenticare il caldo afoso di quelle estati abbaglianti dove il ventilatore o una birra erano il massimo del piacere tra il ronzare delle mosche.E le emozioni di film che visti una volta non dimenticavi più. E le identità nette, ma non avvertite.
Come far rivivere tutto questo?, come assaporare una presunta genuinità in un mondo sempre più omologato, sempre più mediato da un muro invisibile di tecnologia? Dov'è la natura, dov'è l'uomo? Non stanno più insieme. Mi torna alla mente L'angelo sterminatore di L.Bunuel. Ma nemmeno l'uomo sta più con se stesso: precarietà è la parola chiave oggi. Non sappiamo cosa saremo e come saremo solo domani. La tecnologia ci ha dato tante certezze, tanta comodità, ma a prezzo della sicurezza. Ci possiamo trovare nel bel mezzo di una guerra all'improvviso; un missile sarebbe potuto scoppiare a un metro da noi mentre acquistavamo, ignari turisti, magici profumi in una via di Beirut rinata (o no?). Il nostro lavoro di oggi non è certo quello di domani, cosa faranno i nostri figli? Cosa ci faceva Silvio Olla a Nassirya? Il mestiere da ambire di più è forse quello del pizzaiolo: andrebbe benissimo a Shangai, ma anche nel Mali o a Tallin. La vita delle popolazioni tribali è molto dura, ma dà la sicurezza: i nipoti faranno esattamente ciò che facevano gli antenati, le cui ossa sono venerate sugli alberi sacri.
Tornando al tema, ecco allora cosa dovrei esattamente fare: dimenticare. Forse così potrei ricominciare ad essere uomo, riprovare emozioni: dimenticando cosa ho fatto, dimenticando chi sono, da dove vengo, dimenticando ciò che massimamente mi condiziona: potrei digerire anche la suocera,ma sarei ancora me stesso?

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