Magris: la morte al tempo di Covid-19 Forme nuove di
una nemica eterna
Non finisce mai la narrazione lugubre dei modi che
assume la fine della nostra esistenza. Forse però la sua incontinenza ci aiuta
a non vederla sempre intorno a noi
Un affresco che rappresenta il trionfo
della morte
Prolixitas
mortis, dice la teologia. La morte è prolissa,
non riesce a concludere mai definitivamente il suo discorso; inventa sempre
nuove forme come il linguaggio inventa nuove figure retoriche. Non finisce mai
la sua narrazione, ha sempre qualche nuova pezzetta da aggiungere.
Forse la sua
incontinenza è anche uno psicofarmaco o un placebo, che aiuta a non vederla
sempre intorno; un’endorfina che impedisce di percepire la sua prossimità
sempre incombente, la sua potenzialità nelle forme più diverse. La prolissità
la svaluta, come accade alla merce in eccesso. Lo dimostrano pure le settimane
che stiamo vivendo, col coronavirus e i suoi bollettini di guerra; il grande
numero, la ripetizione della morte spaventa ma produce pure una certa
assuefazione, che non si sa se definire difensiva o traditrice.
C’è nella
storia di molti, di quasi ognuno di noi una prima, fondamentale esperienza
della morte, incontrata con l’intensità delle rivelazioni fatali. Molti, molti
anni fa ci fu, nella vita fraternamente comune e condivisa del nostro gruppo di
amici e di amiche, torinesi di Trieste e triestini di Torino come amavamo
chiamarci, una prima morte vissuta non solo da chi era (e dunque è, perché i
legami e i valori sono) compagno/a figlio/a di Euridice o Alcesti, ma da
tutti/e noi come uno squarcio irreparabile nel tessuto della vita.
Eravamo
tutti/e là, intorno a quello strappo radicale. I decenni seguiti hanno condotto
per mano, con intermittenti strattoni, molti/e (sempre meno) di noi nel deserto
di chi sopravvive, come disse tanti anni fa Ungaretti in un discorso a Trieste.
Chi sopravvive non ama il deserto e alle dune e alle sabbie di Lawrence
d’Arabia preferirebbe star seduto a un tavolino con uno di quelli/e che, quando
verrà il Giorno del Giudizio, testimonieranno per lui/lei, magari dimenticando
qualche discutibile dettaglio.
La prolissità
della morte continua a traboccare nelle nostre stanze come da una tubatura in
perdita e a ricordarci, ad ammonirci che nelle prossime settimane o mesi
potremo perdere alcuni nostri cari. Ma si parla sempre della morte degli altri,
non del loro dispiacere se ad andarmene sarò io.
10 aprile 2020
(modifica il 10 aprile 2020 | 09:02)
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