existentia

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domenica, maggio 25, 2008

Demografia



Come la penso è semplice: come un uomo di sinistra, sensibile ai problemi dell'esistenza di tutti gli uomini, cioè ai diritti come ai doveri, sensibile ai problemi ecologici del nostro pianeta, ormai considerato così delicato nei suoi equilibri e così a rischio per l'opera dell'uomo. Ormai disincantato nei confronti del mondo, penso che l'uomo debba, con l'aiuto della tecnica, pensare a darsi una regolata.

Noto con piacere un rinnovato e approfondito interesse per la situazione del pianeta da parte di economisti, antropologi, sociologi e filosofi o anche di tecnici e di scrittori e in particolare di climatologi.
Le cassandre sono sempre esistite, per carità, come sono sempre stati suonati i campanelli d'allarme, così come sono sempre esistiti i pessimisti o gli ottimisti.
Ma stavolta si ha veramente l'impressione che i cambiamenti abbiano raggiunto una tale portata, in termini sia di velocità che di quantità, da non consentire distrazioni o peggio illusioni.
Crescita demografica, inquinamento, riscaldamento del pianeta, scarsità di risorse, inalienabili ambizioni dei paesi in rapido sviluppo, disastri naturali, epidemie.....,tutto fa pensare che è ora di dare una regolata, chè, se non si interviene a modificare lo sviluppo, la catastrofe è alle porte.

Bene, da qualche tempo sto maturando un cambiamento radicale di visione.

Perchè sentiamo la necessità di salvare il pianeta? E' semplice: perchè conservare il pianeta significa conservare la vita, la nostra vita: è la solita nostra angoscia di morte, in agguato come sempre, laddove possibile.
Ma si può immaginare che la nostra specie si conservi in eterno?
No. Come sono scomparse innumerevoli altre specie, scomparirà anche l'homo sapiens sapiens. Non credo nell'eternità, come non credo nell'infinito - il nostro universo, per quanto grande, è finito. Eppure agiamo e pensiamo come se ci trovassimo, pur così insignificanti, immersi nell'infinito e tendenti ad esso.
Allora...è proprio necessario doverci preoccupare del futuro lontano? del nostro destino come umanità? per cercare, con la nostra capacità tecnica e capacità di previsione, di allontanare il calice? di ridurre lo sviluppo, ammesso che sia possibile, per allungare di poco la vita dell'ultimo uomo?
Bene, mi sto rispondendo che no, non è assolutamente necessario, non cambia nulla. Siamo già troppi sul pianeta, possiamo allora cercare di stare un pò meglio, ma senza preoccuparci se le guerre, i terremoti, le catasrofi, riducono le bocche da sfamare , se si fanno più figli del dovuto e le guerre future saranno sempre più gravi ed inevitabili, se magari si arriva ad una terza guerra mondiale dalla quale nessuno uscirà vivo.
O magari no: qualcuno si salverà e la vita sul pianeta ricomincerà ancora una volta da zero.
Oppure , ammesso che non ci sarà una terza guerra, il che mi pare improbabile, perchè il più forte si è sempre accaparrato le risorse dei più deboli, finiremo come una colonia di batteri: sommersi dai nostri stessi rifiuti.

Allora non mi preoccupo più, non piango per i poveri bimbi africani sfuttati e in via di morte per inedia, o per AIDS, o febbre gialla o Evola, o malaria.Non mi preoccupo più delle probabili epidemie di aviaria, non mi preoccupo più dei cinesi o degli indiani che vogliono anche loro mangiare hamburger e patatine fritte, e girare in automobile e navigare su internet.
Non mi preoccupo più neppure della mia situazione economica avviata verso il fallimento: non mi va di finire in miseria, ma non posso illudermi di dover finire meglio degli altri.
Allora andrò a comprare una collana da regalare a mm per il suo compleanno.
Lei sarà contenta: non si rende conto che si trasformerà in un cappio attorno alle nostre gole.

venerdì, maggio 02, 2008

Plaza de toros



L'educazione d'un giovane torero francese - visibilmente d'origine algerina - era il soggetto d'un documentario che mi ha affascinato. Un ragazzino di 17 anni, che con un duro apprendimento riusciva a diventare toreador e uomo: praticamente un rito di passaggio.
Man mano che andava avanti il filmato cresceva anche la tensione, perchè crescevano in me sentimenti contrastanti. Non sono un animalista, ma non sopporto la crudeltà, non sopporto il dolore e neppure la sua visione o peggio, spettacolarizzazione.
Eppure c'era dentro anche tanto fascino, che poi ho capito in cosa consisteva.
L'ascesa del principiante fino a diventare matador, non è solo uno spettacolo ben organizzato: è un'impresa, una grande impresa, liberamente scelta.
Esteticamente paragonabile al Bolero di Ravel nella coreografia di M.Bejart: un crescendo che ti prende dall'inizio alla fine e che ti lascia di colpo, frastornato; la magia dell'arte, l'arte nella sua massima espressione e purezza: sogno, trasfigurazione, superamento del limite.
Eppure c'è di mezzo la vita, la vita è messa in gioco: lentamente, come quella del cavallo - antico carro armato, con le sue bardature - abbattuto dal toro, mentre a stento si salva il toreador che lo cavalca, o velocemente, come il toro atterrato dalla spada al centro dell'arena.
C'è tanto colore : bianco, rosso , oro, costumi che trasfigurano.
C'è la violenza, c'è la morte di un toro che soffre per lo più, anche se si può dire che toro e torero giocano quasi alla pari.
E' un'impresa nella quale l'uomo si misura con sè stesso: per andare fuori misura: oltre sè stesso.
E' una di quelle poche occasioni in cui l'uomo si pone fuori dal sociale, per stare nel politico -
il riferimento è naturalmente ad H.Arendt - , per essere libero e decidere da sè le cose grandi.
Una di quelle occasioni ormai così rare, nella vita sociale moderna, tutta tesa alla sicurezza, alla conservazione, al conformismo, alla piattezza, da far ritornare l'uomo uomo: libero davanti al proprio destino.