existentia

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sabato, novembre 25, 2006

Il grande silenzio

La Grande
Chartreuse

Ho scoperto casualmente questo film del regista Philip Groning e l'ho trovato
straordinario, non tanto per la qualità del film in sè, pure degna di nota, quanto
per l'insieme di riflessioni che suscita. Non è certo un film d'azione o un film che ti avvince con la sua storia: bisogna armarsi di un pò di pazienza per vederlo, ma ti prende l'anima, perchè ti costringe a farti delle domande.
Nel 1984 il regista chiese ai certosini della Grande Chartreuse di poter girare un documentario: dovevano pensarci. Dopo sedici anni lo chiamarono: erano pronti.
Nasce così questo film sul corso della vita di questi monaci, che si sono ritirati dal mondo e vivono per lo più in silenzio e in solitudine in un ambiente d'altri tempi, circondati da una natura meravigliosa, offerta dalle Alpi francesi, lavorando, meditando e pregando.
Al di là della fede, vedere come vivono questi monaci fa riflettere su tanti aspetti della nostra vita, in particolare nelle sue dimensioni del silenzio e del tempo.
E' questa una vita desiderabile?
Indubbiamente ha un suo fascino. Lontano dal chiasso e dai rumori del mondo permette ovviamente di apprezzare e sentire, come si nota dal film che praticamente non ha colonna sonora, i suoni della natura, non meno di quelli degli affascinanti canti gregoriani della liturgia.
Il rapporto con la natura è più diretto, mediato dalla semplicità degli strumenti in uso: direi che è ancora un rapporto di primo grado, mentre quello della nostra vita quotidiana è già di secondo grado ( strumenti "intelligenti" come i telecomandi, i telefonini e così via). Nel chiostro si allevano animali, si produce il famoso liquore Chartreuse, si produce artigianato. C'è quindi la possibilità di esercitare la manualità, oltre che la mente per la contemplazione. La nostra manualità invece è ormai ridotta all'uso della penna o al pigiar bottoni; salvo gli specialisti di particolari lavori manuali, solo poche e straordinarie persone sono capaci di adoperarsi per svariati lavori manuali, che richiedono esperienza, pratica, conoscenza e bravura. Mi vengono in mente i mongoli di Gengis Kahn, che , quando mettevano a ferro e fuoco una regione, salvavano le donne e gli artigiani.
E' però la dimensione del tempo, quella che maggiormente risalta nel confronto con la nostra attuale vita quotidiana. Non sono certo un laudator temporis acti, ma è proprio il modo di vivere la dimensione temporale alla base della qualità dell'esistenza, che è pertanto ciò che fa la differenza. E' chiaro che la fede, che è alla base della vita monastica, fa del tempo un tempo teleologico, escatologico e quindi sostanzialmente lineare. Ma questo aspetto contrasta in effetti con l'immagine del tempo che viene evidenziata dall'osservazione della vita che si snoda nel monastero. Perchè questa è l'immagine di un tempo regolato, quindi di un tempo ciclico. C'è un tempo per pregare, un tempo per meditare, un tempo per rilassarsi , un tempo per parlare, un tempo per l'attività manuale. E' il suono incomparabile delle campane a segnare questi tempi, è il nobile canto gregoriano a marcare come una sospensione, un'ipostasi del tempo. E infatti l'ansia sembra un sentimento inesistente: non c'è alcuna fretta, non c'è da accumulare, non c'è un lavoro da finire, una conoscenza da conquistare. Sembra un paradosso, sembra un approccio Zen. La vita è regolata nei suoi tempi e nelle sue mansioni: la domanda:-ed ora cosa faccio?, è impensabile. Si sa sempre cosa si deve fare, ma non per costrizione, ma perchè, secondo regola, c'è l'ora del pasto o l'ora del lavoro, piuttosto che quella della preghiera o della lettura e così, con i suoi ritmi, scorre la giornata, ogni giornata.
Tutt'altra cosa è la nostra convulsa e sregolata vita quotidiana: sempre alla conquista o alla ricerca di qualcosa che non ci appaga mai; mai sazia di informazioni piuttosto che di beni, delle ultime novità come delle vecchie icone, di esperienze e di potere; intorpidita e bloccata dal traffico, dai rumori, dai nevrotici ritmi e doveri metropolitani.
Son troppo invischiato in questo mondo per esser capace di vivere in un mondo come quello: fuori dal coro del consesso umano, là dove non ci si sporca con gli ignobili sentimenti. Ma è in quel mondo - forse, almeno così appare - che l'angoscia è vinta.
Inevitabile infine la domanda delle domande: ma che senso ha? (Lo: e poi? del Ramayana).
Il politeismo aveva assunto a divinità ogni vizio dell'uomo, poi arrivò il monoteismo e fece di ogni dio un peccato, come dice Hillman.
E allora se un uomo nella sua individuale lotta con la natura si fa dio, onorando le sue pulsioni, senza ferire altro uomo - e quindi salvando i valori -, che differenza fa? Dov'è il senso?

martedì, novembre 07, 2006

Passaggi sentimentali

Come raccontare il tumulto di sentimenti e sensazioni affrontando un normale ritorno al paese? E' un ritorno che avviene spesso: non è raro, ma non è neppure regolare. Ed è questo il primo segno di crisi. Anzi non proprio il primissimo, perchè il primato spetta ad un altro sentimento, il sentimento del distacco unito a quello dell'andare incontro a qualcos'altro. Un breve intervallo che genera angoscia: lasciare l'abituale ritmo per passare ad altro. Qui c'è la coscienza del cambiamento, che altrimenti sarebbe un trascorrere senza rendersi conto: inautenticità Vs autenticità, serenità inconsapevole Vs angoscia, andar fuori di sè Vs riflettersi in sè, nulla contro esistenza, noto contro ignoto. Il viaggio è un passaggio pieno di questi sottili sentimenti, ma poi ci si estroflette nuovamente. Si va incontro al paese, si incontrano vecchi amici, si discute, si chiacchera, si ricordano cose e persone del passato, ci si ride sopra, si pensa al futuro. Ma sono incontri piacevoli quanto fugaci. Così come i luoghi: sempre in perenne mutazione. I cambiamenti ormai sono velocissimi ed è difficile pensare che migliorino le cose. Certo si vive meglio, ma a quali costi! Il desiderio è sempre quello di ritrovare i luoghi perduti, di ritrovare gli stessi passi, le stesse pietre, gli stessi incanti. Si vuol solo trovare un'illusione di eternità, si va in cerca della permanenza in un mondo che cambia. Per questo sono affezionato alla mia campagna: perchè è durata tanto tempo, sempre uguale con i suoi cicli.Eppure è cambiata anch'essa, la vigna non c'è più, non c'è più "su lacu" - un oggetto con centinaia o migliaia d'anni alle spalle: occorre spendere per tenere vive le cose. In effetti sono ben poche quelle rimaste uguali e tutto muta: aspetto, sentimento, sapore, profumo, luce. No, forse la luce è ciò che muta più lentamente. Ed è proprio vedere e notare i cambiamenti che ti dà tristezza. Perchè se le cose cambiano lentamente sotto il tuo sguardo, non t'accorgi dei cambiamenti, ma se i cambiamenti avvengono rapidamente e lo sguardo non è continuo, allora il cambiamento incide l'anima, è segno di morte.
Sono affezionato a questo paese, alla sua gente come alle sue pietre, al suo mare, alla sua campagna, alle sue case; come anche non sopporto certe assurdità, certe caratteistiche, certi vezzi. Non credo che ci avrei mai vissuto, o che ci vivrei mai, ma vivendolo così, a tratti e irregolarmente sento che mi manca. Per sentire tuo un luogo lo devi abitare (habitus, abitudine) e infatti a me sfugge questo paese: lo faccio mio ma a tratti; è mio perchè è dentro di me, nei miei ricordi, così come l'ho vissuto, ma quando confronto il mio paese interno con quello che ora è all'esterno, faccio difficoltà a riconoscerlo. Difficilmente lo sento mio, perchè si è imbarbarito, perchè è diventato più dei turisti che che dei suoi abitanti, è diventato estraneo.
Come può un luogo rimanere tuo?
Non ho più un posto dove rifugiarmi, dove scappare: tutto è omologato, tutto è diventato estraneo.
"Tanta vis admonitionis inest in locis, ut non sine causa ex iis memoriae ducta sit disciplina" diceva giustamente Cicerone. (Tanta forza evocativa insiste sui luoghi, che non senza motivo da essa deriva l'arte della memoria).
Quanto mi piace starmene nella mia casetta, da solo, tra le mie cose: i miei libri, i miei ricordi, i miei vizi. Tutto è al suo posto, so sempre dove trovare le cose. Certo vorrei condividere queste cose, vorrei amici, amiche...come un tempo; utilizzare ciò che fa rito, compagnia, relazione, rapporto: il caminetto, le cene, e perchè no?,la TV.
Un ambiente: ambient fisico, ambiente umano. L'uomo è in rapporto con il mondo, ma con il suo mondo, quello che si costruisce. Da piccolo avevo il mio mondo, il mio ambiente, ma per la verità più che costruirlo me lo sono ritrovato. Poi sono andato per il mondo, per trovare una mia strada. Avevo i miei obiettivi chiari e semplici: amici, lavoro, casa, famiglia - nell'ordine. Nell'ordine li ho raggiunti, ma non sono riuscito a ricrearmi un ambiente ed ora ne giudico l'importanza: in ordine inverso. Obiettivi un pò raso terra, sarei dovuto andare più in là, pormeli un pò più alti..., ma tant'è. E poi sarà proprio così?, mi viene il dubbio. (Se non fosse chiaro, sto parlando di valori e priorità...).
La fotografia rende immortale l'istante, è per questo che mi piace: con la fotografia mi approprio delle cose. Ma anche la fotografia cambia, perchè è solo un mezzo per risvegliare il ricordo. Ma è un ricordo piatto e che si appiattisce sempre più fino a scomparire. Inizialmente rievoca tutti i nessi, fa ritornare alla memoria l'ambiente, gli odori, i sapori, i sentimenti, le emozioni. Ma col tempo tutto sfuma, la fotografia è sempre più sè stessa e non altro. Fino a perdere del tutto significatività. Cosa possono significare per i miei figli le foto storiche di famiglia che ho archiviato? La maggior parte delle persone non le conoscono - neppure i miei genitori -, non hanno visto i luoghi, non hanno avuto sentore dei tempi. Rimangono solo immagini, di un altro mondo, di altri tempi, che valgono solo per differenze d'ambiente e di costumi: l'affettività è scomparsa.