Il grande silenzio
La Grande
Chartreuse

Ho scoperto casualmente questo film del regista Philip Groning e l'ho trovato
straordinario, non tanto per la qualità del film in sè, pure degna di nota, quanto
per l'insieme di riflessioni che suscita. Non è certo un film d'azione o un film che ti avvince con la sua storia: bisogna armarsi di un pò di pazienza per vederlo, ma ti prende l'anima, perchè ti costringe a farti delle domande.
Nel 1984 il regista chiese ai certosini della Grande Chartreuse di poter girare un documentario: dovevano pensarci. Dopo sedici anni lo chiamarono: erano pronti.
Nasce così questo film sul corso della vita di questi monaci, che si sono ritirati dal mondo e vivono per lo più in silenzio e in solitudine in un ambiente d'altri tempi, circondati da una natura meravigliosa, offerta dalle Alpi francesi, lavorando, meditando e pregando.
Al di là della fede, vedere come vivono questi monaci fa riflettere su tanti aspetti della nostra vita, in particolare nelle sue dimensioni del silenzio e del tempo.
E' questa una vita desiderabile?
Indubbiamente ha un suo fascino. Lontano dal chiasso e dai rumori del mondo permette ovviamente di apprezzare e sentire, come si nota dal film che praticamente non ha colonna sonora, i suoni della natura, non meno di quelli degli affascinanti canti gregoriani della liturgia.
Il rapporto con la natura è più diretto, mediato dalla semplicità degli strumenti in uso: direi che è ancora un rapporto di primo grado, mentre quello della nostra vita quotidiana è già di secondo grado ( strumenti "intelligenti" come i telecomandi, i telefonini e così via). Nel chiostro si allevano animali, si produce il famoso liquore Chartreuse, si produce artigianato. C'è quindi la possibilità di esercitare la manualità, oltre che la mente per la contemplazione. La nostra manualità invece è ormai ridotta all'uso della penna o al pigiar bottoni; salvo gli specialisti di particolari lavori manuali, solo poche e straordinarie persone sono capaci di adoperarsi per svariati lavori manuali, che richiedono esperienza, pratica, conoscenza e bravura. Mi vengono in mente i mongoli di Gengis Kahn, che , quando mettevano a ferro e fuoco una regione, salvavano le donne e gli artigiani.
E' però la dimensione del tempo, quella che maggiormente risalta nel confronto con la nostra attuale vita quotidiana. Non sono certo un laudator temporis acti, ma è proprio il modo di vivere la dimensione temporale alla base della qualità dell'esistenza, che è pertanto ciò che fa la differenza. E' chiaro che la fede, che è alla base della vita monastica, fa del tempo un tempo teleologico, escatologico e quindi sostanzialmente lineare. Ma questo aspetto contrasta in effetti con l'immagine del tempo che viene evidenziata dall'osservazione della vita che si snoda nel monastero. Perchè questa è l'immagine di un tempo regolato, quindi di un tempo ciclico. C'è un tempo per pregare, un tempo per meditare, un tempo per rilassarsi , un tempo per parlare, un tempo per l'attività manuale. E' il suono incomparabile delle campane a segnare questi tempi, è il nobile canto gregoriano a marcare come una sospensione, un'ipostasi del tempo. E infatti l'ansia sembra un sentimento inesistente: non c'è alcuna fretta, non c'è da accumulare, non c'è un lavoro da finire, una conoscenza da conquistare. Sembra un paradosso, sembra un approccio Zen. La vita è regolata nei suoi tempi e nelle sue mansioni: la domanda:-ed ora cosa faccio?, è impensabile. Si sa sempre cosa si deve fare, ma non per costrizione, ma perchè, secondo regola, c'è l'ora del pasto o l'ora del lavoro, piuttosto che quella della preghiera o della lettura e così, con i suoi ritmi, scorre la giornata, ogni giornata.
Tutt'altra cosa è la nostra convulsa e sregolata vita quotidiana: sempre alla conquista o alla ricerca di qualcosa che non ci appaga mai; mai sazia di informazioni piuttosto che di beni, delle ultime novità come delle vecchie icone, di esperienze e di potere; intorpidita e bloccata dal traffico, dai rumori, dai nevrotici ritmi e doveri metropolitani.
Son troppo invischiato in questo mondo per esser capace di vivere in un mondo come quello: fuori dal coro del consesso umano, là dove non ci si sporca con gli ignobili sentimenti. Ma è in quel mondo - forse, almeno così appare - che l'angoscia è vinta.
Inevitabile infine la domanda delle domande: ma che senso ha? (Lo: e poi? del Ramayana).
Il politeismo aveva assunto a divinità ogni vizio dell'uomo, poi arrivò il monoteismo e fece di ogni dio un peccato, come dice Hillman.
E allora se un uomo nella sua individuale lotta con la natura si fa dio, onorando le sue pulsioni, senza ferire altro uomo - e quindi salvando i valori -, che differenza fa? Dov'è il senso?
