existentia

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lunedì, novembre 26, 2007

Lasciarsi andare


Anche oggi una serata persa: non sono andato avanti con i miei studi e le mie ricerche; ho perso tempo con internet e con lo zapping alla TV; solo un pò di tempo dedicato alla famiglia, perchè il figlio ha la febbre. Pazienza.
C'è sempre, al fondo, un'idea di possesso e di attaccamento, per quanto nobile.

Quanta strada da percorrere, quanto tempo, quanta meditazione, per salire almeno un pò nella scala dell'ascesi , del distacco, della compassione, della saggezza!

Volutamente, pervicacemente, ma anche con terrore, mi son tenuto lontano dalla strada in discesa del lasciarmi andare, dell'abbandonarmi al tempo che passa, alle comodità, alle facili abitudini che dilatano il tempo, una via molto facile e quasi naturale per chi non ha più nulla da fare, nè beni da difendere o da far progredire, ma ha giusto il tanto per campare e nessuna possibilità di intraprendere una qualche attività ( e di questo, sì, mi rammarico, perchè l'attribuisco a mia incapacità!).

Ho scelto di darmi agli studi che mi appassionavano - nonostante la scarsa resa dovuta al decadimento senile - come la filosofia e l'antropologia, per due fondamentali motivi; l'uno perchè questa attività costituiva un impegno serio, l'altro perchè si trattava di una attività compatibile con la mia situazione familiare, che richiede elasticità, disposizione alle interruzioni ed ai cambiamenti: ossia discontinuità e sconvolgimento dei programmi, cosa che nessun'altra attività avrebbe potuto consentirmi.
Detesto perdere tempo, e per me è quasi tutto tempo perso quello non dedicato allo studio ed alle letture degli argomenti che intendo conoscere e approfondire. L'unico tempo che non ritengo perso, ma guadagnato, è quello trascorso con gli amici, coi quali si possono scambiare idee e quello che si può dedicare a sperimentare nuove emozioni, merce assai scarsa oramai nella mia condizione.
Per questi motivi avverto come colpa sia la cattiva amministrazione del tempo, sia quel lasciarsi andare che fa scivolar via il tempo, appunto, senza rendersene conto e senza produrre alcunchè.
Eppure è il mio stesso terzo fondamentale interesse, che chiamo genericamente 'mistica laica' , - e con cui intendo la meditazione, la via del dharma, il pensiero di J.K. e così via -, a pormi il dubbio sulla giustezza del mio atteggiamento; perchè in esso c'è molto attaccamento, c'è tensione verso una meta del tutto improbabile, c'è avidità di sapere.
Allora mi domando se non è il caso di concedere spazio a quel desiderio di abbandono e di lasciarsi andare; di abbandonare la preoccupazione del dovere, dell'attivismo, dell'efficienza e la preoccupazione di perdere tempo; di lasciar cadere la paura: paura di imbolsire, paura di invecchiare, paura di passare per quel che si è: un pensionato, ma che porta a stare più vicino agli altri, ad essere, forse, più sè stessi, anche se meno padroni di sè stessi; che porta a potersi finalmente godere, come una volta, la perdita di tempo: da passare stravaccati al sole in spiaggia, a ciondolare chiaccherando con gli amici al bar, sprofondati in poltrona a leggere finalmente un bel romanzo o qualche poesia o ad ascoltare nuovamente qualche sinfonia se non addirittura qualche opera.