existentia

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lunedì, novembre 15, 2010

Sentirsi vivi


La vita dovrebbe essere una continua meditazione di consapevolezza?
E' chiaro che non è possibile, anche se pensabile. Se non ci si sente vivi, allora si è come morti, e questo capita per la maggior parte del nostro tempo.
Quando lavoriamo: siamo così presi dal nostro lavoro, dagli affari, dagli impegni, che non abbiamo coscienza di noi stessi, se non nello stesso impegno che poniamo nello svolgimento dei nostri compiti, ma anche nelle piccole o grandi soddisfazioni ad esso connesse e con esso intricate. La stessa fisiologica distrazione dai nostri compiti contribuisce a quella alienazione di sé insita nell'esercizio delle nostre funzioni. Si entra in un flusso e si sta lì, finchè non se ne esce: solo in quel momento ci si rende conto di vivere, all'atto della riflessione; ma, a tal fine, il tempo è perduto: tutto è compiuto, tutto è passato: eravamo noi, eravamo vivi? Sì e no. Abbiamo funzionato, perchè a tale scopo ci eravamo addestrati, ma in modo quasi meccanico ed automatico.
Quando leggiamo. Soprattutto se quanto leggiamo ci interessa e ci prende, siamo come rapiti in un'altra dimensione, per quanto piacevole, ma, siamo noi stessi?
Quando dormiamo: ça va sans dire!
Quando ascoltiamo. Vuoi della musica o delle conferenze. Seguiamo un discorso o della semplice musica, siamo rapiti, ma presenti. E' solo dopo, attraverso una rappresentazione (re-presentatio) di ciò che abbiamo fatto, che ci rendiamo conto che "non c'eravamo", eravamo altrove.
Quando amiamo: siamo così presi, che proprio allora ci sembra di poter dire: ecco ora son felice, ora sono io, ora sono a mio agio, sono completo. Oltre che durare poco è solo nel ricordo che vivono queste impressioni, che si rinnovano tutte le piu' forti emozioni, anche di altro genere, ed allora il senso di "esser vivi" viene riferito a questi vissuti, ma sempre al passato: eravamo vivi.
Come dire che ora che ci ripensiamo non lo siamo piu', però lo siamo stati: abbiamo sperimentato queste forti emozioni, quelle che ci hanno fatto sentire di esser vivi.
Così, ogni nostro tipo di impegno ci allontana da noi stessi, ci infila in un flusso, ci rende altri e come morti. Che differenza fa?
Quando allora siamo noi stessi? Quando siamo vivi? Ma, soprattutto, che cosa dobbiamo fare per esser vivi? Perchè come s'è visto il fare ci allontana dall'essere, è simile al sonno, alla morte.
Forse lo siamo solo quando riflettiamo, quando esercitiamo la nostra facoltà di autocoscienza?

E allora, se l'immergerci nel fare - anche nel fare piacevole, ed ancor piu' in quello spiacevole - ci rende altri, ci aliena, ci rende morti a noi stessi, perchè aver paura della morte?
La morte è essere in un altro stato, la morte è non essere presenti a noi stessi: non esserci.
Lo sperimentiamo mille volte al giorno. La morte è nulla.

Siamo morti perchè siamo sempre in ritardo rispetto al nostro presente (atto) : per questo motivo fuggiamo in avanti con l'immaginazione e con la progettualità (potenza); per questo motivo ci raccontiamo le storie e in particolare la nostra storia: abbiamo un continuo bisogno di riassumercela, di dirci chi siamo: per sentirci vivi, mentre siamo già morti.